La Casa Museo fra recupero del passato e valorizzazione dell’esistente
Si tratta di un edificio risalente al XVIII secolo, che sorge in una porzione del paese un tempo periferica. Acquisito dal Comune in seguito a vendita da parte di un ramo della famiglia Perseu, è stato restaurato agli inizi degli anni 2000, con un progetto di recupero rispettoso delle peculiarità storiche del luogo. Gli ambienti risultano arredati con elementi di mobilio tipici delle case contadine dei tempi andati, il che consente al visitatore un’esperienza immersiva in un passato quasi del tutto ignoto alle generazioni più giovani.
Oggi la Casa Museo di Baressa offre l’opportunità di apprendere come si vivesse in un tempo sempre più distante dalle caratteristiche del mondo contemporaneo, che i Baressesi intendono custodire e tramandare come una parte viva della propria identità. Gli oggetti in essa raccolti raccontano di tutte le attività un tempo necessarie alla vita quotidiana.
È strutturata fra due cortili lastricati. Sul cortile anteriore si apre una piccola loggia che consente l’accesso alla casa. Vi sono esposti diversi strumenti di lavoro legati alla trebbiatura e all’aratura. Quest’ultima veniva praticata tramite un aratro trainato dai buoi, composto da: coltro (o coltello), la lama verticale che taglia la terra; vomere, l’organo orizzontale tagliente che incide la terra dal basso, sollevandola; versoio (o orecchio), la superficie curva posta dopo il vomere che riceve la zolla tagliata e la ribalta; timone (o bure), l’asta principale a cui è collegato l’apparato di traino; infine le stive (o stegole), le impugnature che l’aratore usava per controllare e indirizzare l’attrezzo.
Fra le due guerre mondiali, tuttavia, risultava difficile avere la possibilità di maneggiare un aratro in ferro e ci si accontentava, con fatica moltiplicata, di quelli in legno.
Nel cortile anteriore si vede anche un antico carro e il giogo per i buoi; una struttura atta alla ferratura dei buoi medesimi e una mangiatoia in pietra, convertibile in abbeveratoio. Il tridente in legno serviva per la raccolta del fieno, del grano già trebbiato. All’insieme degli arnesi si uniscono anche un rastrello e una pietra in basalto, funzionale alla trebbiatura. Insomma tutto ciò che serviva alla dura vita de su messaiu, il contadino prevalentemente dedito alla coltivazione dei cereali ma anche fave, ceci e altri legumi.
La giornata di quei lavoratori iniziava alle due o tre del mattino col dar da mangiare ai buoi e abbeverarli: appallài is boisi. Terminate le fasi di aratura e di semina, i campi avevano necessità di diverse fasi di zappatura, fino alla raccolta di legumi e cereali (sa messa), che avveniva generalmente fra maggio e giugno.
Dal cortile si passa all’ambiente del mulino elettrico risalente alla prima metà del ‘900, ancora funzionante e corredato da diverse misure in metallo per i cereali. Vi si vede anche un crivello per la pulizia di cereali e legumi e una corba in vimini, che veniva impiegata per contenere farina, pane, dolci e altri generi di alimenti. Interessante anche la macina a mano che a partire da epoca preistorica consentì all’uomo, in modo certamente più faticoso, la molatura dei cereali. In alternativa, in tante case esisteva la stanza in cui un asino o un mulo, con gli occhi bendati, assolveva al compito di far ruotare la mola.
Un’altra stanza ospita s’omu de su furru, luogo quasi sacro e meta finale della panificazione, un rituale che non poteva mai mancare nelle famiglie di un tempo. Il forno veniva alimentato a legna, tagliata a piccoli pezzi che venivano stivati nella parte bassa della struttura. Una pala di legno consentiva l’inserimento delle forme di pasta lievitata con il lievito madre (su frumentu) e lo spostamento delle stesse in fase di cottura.
Nella cucina (coxinedda) si possono ammirare diversi cesti realizzati ad intreccio (così come ad intreccio si realizzava la seduta delle sedie): in quasi tutte le famiglie vi era almeno una persona abile nel maneggiare la siliqua, l’olivastro, la canna o il giunco, materiali con i quali si creavano cestini e contenitori di ogni genere, assolutamente necessari alla vita quotidiana, ad esempio is caisteddus per il pane, is pobinas mannas e pittias, is crobis etc. Anche is scatteddus per la raccolta delle olive e delle mandorle, che erano di tante misure. È presente anche il caminetto: oltre a fornire calore nella stagione invernale, offriva la possibilità di cuocere pietanze di vario genere. Il catino di terracotta, sempre presente nella coxinedda, veniva usato per la preparazione dell’impasto di pane e dolci.
L’ambiente successivo era il cuore della vita familiare, su foxibi, dove si possono vedere tutta una serie di altri oggetti e strumenti utili nella quotidianità della casa. Era luogo di condivisione con, al centro, l’incavo destinato alle braci ardenti, con uno spazio tutt’attorno che, all’occorrenza poteva ospitare stuoie o materassi nelle notti più rigide. Vi vediamo, appesa, sa bertula, la borsa a doppia tasca adoperata dagli uomini per il trasporto di qualsiasi prodotto proveniente dalla campagna, indossata su una spalla o appoggiata sul dorso dell’asino o del cavallo. Vi si vede il contenitore in terracotta per la realizzazione del formaggio, il setaccio per raffinare le farine, il tagliere in legno per la carne, la grattugia, un tegame anch’esso in terracotta, il macinino per il caffè, lo spiedo, le brocche per l’acqua, lo scolapasta e diversi mestoli.
La sala (sa saba) era l’ambiente “di rappresentanza”, ed era spesso nobilitata con degli arazzi tessuti dalle abili mani delle donne baressesi, ad imitazione delle case più ricche, con raffigurazioni vegetali e floreali, scene di caccia o iconografie religiose. Il tono più raffinato dell’ambiente non poteva mai escludere la consueta praticità, con scansie e armadi a muro utili in ogni circostanza e come ripostiglio per le stoviglie più preziose che ci si tramandava di madre in figlia. Il divano imbottito (o canapé) offriva all’ospite la possibilità di vivere la visita in massima comodità.
Nella camera da letto, comprendente arredi d’epoca elegantemente intagliati, si vedono altri cenni di una sobria raffinatezza d’altri tempi: copriletto in seta, lenzuola con ricami ad intaglio e il tappeto, vero e proprio arredo suntuario autoprodotto, immancabile anche nelle case dei meno abbienti. Anche i materassi erano realizzati in modo artigianale, imbottiti con la lana di pecora.
Si passa quindi alla stanza del telaio (s’omu de su trobaxiu), oggetto attraverso il quale la padrona di casa e le giovani adepte all’arte della tessitura, esprimevano la loro necessaria creatività. In realtà, prima della tessitura, il ciclo annuale prevedeva numerose attività propedeutiche, a partire dalla filatura, che nella bella stagione veniva praticata sull’uscio di casa ed era occasione di condivisione sociale. Si filava la lana ma, in un passato più lontano, era diffusa anche la filatura del lino, per la realizzazione di asciugamani, lenzuola o capi di vestiario.
In ultima analisi, le botteghe presenti in paese davano la possibilità di acquistare cotone già pronto all’uso. Venivano realizzati manufatti di ogni genere: anche is scillonis, pesanti coperte di lana e cotone, con una particolare trama detta mattoni ‘e arrosas. Si tessevano anche gli scialli e perfino i sacchi necessari al trasporto delle produzioni agricole. Nel tempo, ogni paese aveva formulato tecniche e manifatture riconoscibili: ad esempio, quelle tipiche di Baressa erano distinte rispetto a quelle diffuse a Mogoro.
In su magasieddu, si conservava un po’ di tutto, principalmente l’olio e il vino. Vi figura un orcio in terracotta, una giara di volta in volta destinata a contenere liquidi o granaglie, una “candela” a carburo, lampade ad olio e a petrolio, fiaschi e ampolle. Al di sopra del piccolo magazzino si sovrappone su sobariu, il deposito arieggiato per s’incungia, il prezioso raccolto di cereali, prevalentemente grano, ma spesso anche legumi.
Attraversata l’intera abitazione, si raggiunge il cortile destinato prevalentemente alle galline che vi razzolavano libere, ma talvolta si avevano anche conigli e qualche tacchino. Comprende la stalla per il maiale domestico: l’uccisione del maiale “di casa” era una festa per tutti e niente si gettava del suo corpo, che era fonte di cibo per tutto l’anno.
Una robusta macina del 1926 era destinata alla macinazione delle fave che nutrivano gli animali presenti nella dimora ma anche i buoi. Nel cortile è stata depositata anche una pressa per la spremitura delle olive e un altro carro a buoi per il trasporto di persone e merci. Testimoni “tradizionali” di un’attività olearia che resta viva, a Baressa, anche nel contemporaneo, sono due abitazioni situate a breve distanza dalla Casa Museo, la casa Tatti e la casa Serpi. Nella prima si possono ripercorrere le fasi della macinazione delle olive tramite trazione animale; nella seconda sono ancora intatti i macchinari elettrici la cui attività venne interrotta nel 1984.
S’omu ‘e sa moba è la stanza della macina: accoglie un antico frantoio a trazione animale e numerosi altri strumenti da lavoro, finimenti per i cavalli e utensili da calzolaio. La panoramica sulle attività manuali di un tempo comprendeva le produzioni dei falegnami (is maistus ‘e linna).
A Baressa, circa a metà del Novecento erano presenti quattro artigiani del legno, di cui uno specializzato nella costruzione dei carri. Distinto dal falegname era il bottaio. C’era su lattarraneri che lavorava prevalentemente modellando i fogli di lamiera, opportunamente saldati per creare oggetti di uso comune, prima della diffusione della plastica… ma si occupava anche della riparazione di tanti oggetti oggi purtroppo entrati a far parte della categoria dell’usa e getta. Infine, importantissimo e universalmente richiesto era il fabbroferraio (su maistu ferreri), della cui produzione nessuno poteva fare a meno (cerniere di porte, grate per le finestre, staffe e morsi per i cavalli, ferri per ferrare le zampe dei medesimi cavalli, asini e buoi, vomeri per gli aratri, zappe, roncole, falci etc.). Necessari alle dinamiche sociali del paese erano anche su maistu ‘e pannu e su maistu de crapittas: il sarto (al quale si ricorreva in modo particolare per gli abiti da cerimonia) e l’artigiano delle scarpe, definibile in modo riduttivo come “calzolaio”.
Un altro ambiente accoglie una mola per il grano, cui è associato il necessario crivello per la setacciatura. Si racconta di come un tempo esisteva un grande mulino a tre macine lungo il torrente che scorre ai piedi della Giara di Siddi e che prende il nome dal paese di Baressa. La pala in legno era utilizzata principalmente per “ventilare” il grano, mentre la forca a due punte per estrarre le rape dal suolo. Chi possedeva un’ampia aia poteva procedere a s’axriobadura in casa propria, facendo calpestare le spighe da coppie di buoi aggiogati: i messaius rivoltavano i covoni, fra un passaggio e l’altro dei bovini che giravano in tondo.
Quanto invece ad altre colture, come quella delle mandorle (o anche in prossimità della vendemmia), approssimandosi la raccolta, entravano in azione is castiadoris, oggi diremmo dei “vigilantes” che controllavano i terreni, evitando l’azione dei numerosi ladri attivi a quei tempi.
Marco Antonio Scanu
La Casa Museo di Baressa rientra in un progetto di riqualifica del paese che ha compreso la ripavimentazione a lastrico delle strade più interne e altri interventi con l’obiettivo di preservare la tipicità o la conversione di spazi che, un tempo ospitanti antiche abitazioni, sono oggi adibiti a parcheggio ma con la salvaguardia delle antiche mura che, in un caso di un certo interesse, ospitano un murale di Pinuccio Sciola.
Obiettivo dell’attuale Amministrazione sarà il riportare su stobeddu (la loggia che tutt’ora è luogo di incontro per gli anziani del paese) all’antico aspetto, ripristinandone la copertura in legno. Su stobeddu è una vera e propria quinta sullo slargo su cui affacciano il vecchio municipio e la parrocchiale di San Giorgio, attraversato dalla strada provinciale che collega la Marmilla con la S.S. 131. Altri luoghi “simbolo” del paese, di cui si dovrà ulteriormente valorizzare il significato, sono la fonte Funtana bella e il parco naturalistico di Marrogali, situato ai piedi della Giara di Siddi e caratterizzato da un suggestivo bosco di lecci, roverelle e diverse altre essenze.
COSA LA RENDE SPECIALE
La Casa Museo rappresenta un elemento di conoscenza e approfondimento del mondo e della cultura agro-pastorale sarda, ora in gran parte scomparsi.



